My Ready Made
Ready Made è una termine che ha più di un secolo. Viene coniato intorno ai primi del 900 per identificare una corrente artistica che nasce dalle opere del pittore e scultore francese Marchel Duchamp.
Ready Made non è altro che un oggetto di uso comune che un artista eleva ad opera d'arte senza alcun particolare intervento di carattere estetico, ma semplicemente assumendolo come tale.
Gli scatti di questa collezione ritraggono esattamente questo. Oggetti comuni, spesso privi di valore e di una propria caratura estetica, che. estrapolati dal loro contesto abituali, si arricchiscono di indentità e la loro bellezza emerge anche dove sembra assente.
My Ready Made è il mio personale tentativo di interpretare questa corrente artistica utilizzando la fotografia in studio
Il Peso del Colore Bianco
Ci sono colori che si limitano a essere osservati e colori che invece chiedono di essere interpretati.
Il colore bianco apparentemente neutro, essenziale, quasi invisibile nella sua naturale familiarità, accompagna da sempre l’immaginario collettivo come simbolo di purezza, pace, silenzio, luce e origine.
Eppure osservandolo più a lungo, secondo la lettura artistica di Edoardo Tintori, il bianco rivela una natura molto più complessa, che può accecare anziché illuminare, coprire anziché rivelare, separare anziché unire e se si esprime in neve candida che si accumula sui tetti delle case, può perfino sprofondare.
IL PESO DEL COLORE BIANCO nasce proprio da questo paradosso.
L’artista non fotografa il bianco come qualità cromatica, ma come esperienza interiore.
Ogni immagine sottrae il colore dalla sua rassicurante neutralità e lo trasforma in un luogo di profonda tensione emotiva.
Un cuscino immobilizzato da corde, un foglio strappato, una busta trasparente appesa che custodisce del latte, una vernice che trabocca, un lenzuolo segnato dalle pieghe del corpo, candele consumate dal tempo che si uniscono e si trasformano: oggetti comuni, apparentemente insignificanti vengono sottratti alla loro funzione quotidiana per assumere valori simbolici.
Il bianco non è mai soltanto bianco: è anche memoria, assenza, attesa, fragilità, peso, desiderio, ferita, contaminazione.
Ogni foto racconta una diversa interpretazione del bianco fino a costruire un lessico emotivo nel quale lo spettatore viene inevitabilmente coinvolto.
Nessuna immagine impone una risposta; tutte pongono una domanda ed è in questo spazio di interrogazione che il progetto trova la propria forza espressiva.
L’opera fotografica diventa così un esercizio di sottrazione, sceglie l’oggetto minimo, la materia ordinaria, il dettaglio quasi invisibile.
E’ proprio questa apparente semplicità a costringere l’osservatore a rallentare lo sguardo, a sospendere il giudizio, a confrontarsi con ciò che normalmente resta nascosto sotto la superficie delle cose.
Le immagini sembrano ricordarci che la realtà non è mai completamente nitida, come nei vecchi schermi dei televisori a tubi catodici attraversati da improvvise interferenze; esiste sempre una sottile linea che interrompe la qualità della visione e genera un disturbo.
Quella linea nelle dodici fotografie di Tintori è bianca; non è un difetto dell’immagine, ma il segno della sua vulnerabilità. E’ il confine tra ciò che riusciamo a comprendere e ciò che continua a sfuggirci perdendo la messa a fuoco.
Il titolo acquista così un significato nuovo, il peso del bianco non è un peso materiale ma simbolico, è il peso delle aspettative, delle emozioni trattenute delle paure, della memoria, del tempo che trasforma ogni cosa e dei tanti episodi della vita che lasciano tracce profonde.
Questa mostra di ” fotografia concettuale ”non invita semplicemente a guardare, ma invita ad osservare con uno sguardo che si estende oltre l’orizzonte, e ci stimola a riconoscere come gli oggetti più umili diventino amplificatori di sensazioni e possano custodire le emozioni più profonde fino a farci comprendere come un colore universalmente associato alla leggerezza possa in realtà contenere l’intera gravità dell’esistenza, ma che alla fine, nonostante tutto riesce a trasmettere una dolcissima quiete
Roberto Falocci
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